”Ricordare la Shoah è importante affinché quelle cose non accadano più”.
Con questa riflessione si concludevano molti temi sull’Olocausto che nel corso di tutti questi anni ho avuto modo di leggere. Purtroppo, però, a Gaza da quasi due anni stiamo rivedendo le stesse scene: bambini massacrati o ridotti a scheletri, deportazioni di massa e perpetuazione nell’impunità più totale di crimini di guerra ormai accertati da parte di tutte le organizzazioni internazionali a partire dall’ONU. Perché non è cambiato nulla? Perché ancora una volta il mondo assiste silenzioso?
Questa domanda, che ci riporta direttamente ai tempi bui dell’Olocausto, è circolata in molte scuole così come nell’intera società: a molti è sembrato sconcertante fermarsi al mero riconoscimento della tragedia e alla sua giusta deplorazione, diversi insegnanti hanno proposte azioni più decise, altri hanno sottolineato come la scuola sia per sua definizione un luogo ”neutro” in cui qualsiasi presa di posizione ‘politica’ risulta quindi inopportuna.
Che fare, dunque? All’ultima posizione si potrebbe facilmente rispondere che la scuola è, al contrario, per sua stessa natura, un luogo dove ogni giorno ”si fa politica”, nella misura in cui la scuola è il luogo principe di formazione delle basi civili e sociali della polis; in questo caso, inoltre, siamo di fronte ad una questione umanitaria e, se vogliamo, umana, che prescinde da qualsiasi schieramento partitico: è tollerabile rivedere le stesse scene di ottanta anni fa?
Ma anche tra chi sostiene la necessità di un pronunciamento attivo le posizioni sono apparse diverse: farsi sentire, non restare in silenzio, ma come? In alcuni casi si è decisa la strada di un’esposizione pubblica, anche mediatica a volte, attraverso comunicati, affissioni di manifesti e quant’altro, in altri si è preferito concentrarsi sul proprio lavoro, sulla spiegazione in classe delle cause tragiche e profonde di quella vicenda così tormentata in modo da dare ad ogni alunno la possibilità di giudicare con piena coscienza e consapevolezza. Capire, sapere, quindi, più che manifestare.
Senza esprimere giudizi nel merito di queste ed altre scelte, l’ultima posizione ci sembra far emergere un aspetto sempre più evidente della nostra società, della quale la scuola è sempre un riflesso e una cartina di tornasole delle sue tendenze più profonde: la disaffezione e la sfiducia verso la dimensione pubblica, politica in senso più stretto, come se qualsiasi atto o manifestazione fosse ormai inutile ed ogni parvenza di cambiamento non potesse che passare attraverso la sfera più intima, individuale, come nel rapporto docente allievi all’interno di una classe. È una sfiducia che forse dovrebbe far riflettere e che per questo, forse, rende ancora più essenziale il lavoro della scuola: solo dalle basi si potrà ricostruire, infatti, un tessuto sociale diverso, in cui il discorso pubblico, ”politico”, possa essere avvertito come realmente coinvolgente e non come in parte o totalmente distante dalle sofferenze degli uomini e dalla possibilità di dare ad esse delle risposte.
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