Carlo Ridolfi riporta la serie del momento attraverso un dialogo tra madre e figlia
PENSARE CON GLI OCCHI Per parlare di Adolescence propongo le riflessioni che mi sono state inviate qualche giorno fa da Valentina Guastini, che fa la maestra in Liguria, in dialogo con la figlia Ada Maria.

Adolescence

(Regno Unito, 2025)

scritto da: Jack Thorne, Stephen Graham

diretto da: Philip Barantini

con: Owen Cooper (Jamie Miller), Stephen Graham (Eddie Miller, il padre), Christine Tremarco (Manda Miller, la madre), Alice Porto (Lisa Miller, la sorella), Ashley Walters (ispettore capo Luke Bascombe), Erin Doherty (Briony Ariston, psicologa),

Quattro puntate di un’ora su Netflix

  Adolescence è sulla bocca di tutti e si leggono articoli in merito praticamente ovunque, alcuni più condivisibili altri meno. Ho tentato una riflessione di pancia mixata ad un confronto aperto con le mie due figlie, una ventenne e l’altra diciassettenne. Il nodo della questione, nel buio della mia cameretta,  è da madre e maestra e mai prima d’ora mi sono sentita boomer con gagliardetto, una bella coccarda da sfoggiare in pieno petto, incapace di comprendere alcune dinamiche e linguaggi e di cui ci si sente irreparabilmente complici e in difetto. Come madre mi avvio a rotolarmi nell’ormai tardivo pensiero del rimpianto, ma come maestra non posso permettermi di ignorare ed anzi, avverto l’obbligo di assolvere ad un compito che parte, almeno, dalla formazione. Osservo la scuola in cui si svolge la seconda puntata. A tutte le pareti ci sono schermi e lavagne multimediali di ultima generazione, sedie ergonomiche e campi da tennis nel cortile; studenti che rotolano nei corridoi alla maniera tanto agognata da Saranno famosi serie tv. Lì per lì fanno quasi invidia. Poi analizzo i professori così banalmente inadeguati, quasi grotteschi e ritrovo tanto del quotidiano. Il protagonista durante l’interrogatorio afferma che la sua materia preferita sia storia riportando voti alti in pagella. Il suo professore interrogato ricorda a malapena chi sia quell’alunno dichiarando all’ispettore: “questi ragazzini sono tremendi che si aspetta da me… scusi ” e subito mi torna alla mente quel professore di inglese che a colloquio per mia figlia mi chiese una foto perché sosteneva di non avere alcuna alunna con quel nome, alunna che a breve conseguì un livello C1 in lingua straniera semplicemente impostando ogni suo social, serie tv e apparecchio elettronico in inglese. Accade che gli alunni siano invisibili. Ma oggi ancor più dei tempi passati accade nell’unico posto che non può permetterselo. Per la mia generazione la scuola era uno dei molti luoghi di socializzazione, si usciva e se ne frequentavano altri (compagnie numerose, appuntamenti che non serviva nemmeno più dare- stesso posto stessa ora- luoghi di ritrovo…). Adesso la scuola, talvolta, resta l’unico o uno dei pochi luoghi di socializzazione, fatta eccezione per qualche sport. Eppure i nostri alunni, i nostri figli, restano invisibili. Una psicologa una volta mi disse: questa è la generazione della solitudine non delle reti sociali. Quello che a volte ha salvato noi, non salva loro. I miei genitori avevano paura quando andavo a fare un giretto a Genova città con le amiche. Fa strano, vero, pensare che la paura la dobbiamo avvertire quando i nostri figli sono in camera loro? Rifletto come genitore consapevole che sarà sempre inadeguato sotto ogni punto di vista. Ogni generazione ha le sue distanze e forse è anche la ricchezza di un rapporto che è relazione. Ma l’attuale difficoltà è un mondo troppo sconosciuto al più degli adulti che, per altro, sono eternamente bersagliati a loro volta dal parentally correct: se fai troppo sei una madre tigre e Confucio si ribalta nella tomba, se aiuti sei un genitore spazzaneve, se fai poco sei lassista… Allora la consolazione resta quasi averli sotto gli occhi ‘sti figli, in camera loro, lontano (apparentemente) dai pericoli e sotto una pseudo sorveglianza che ci libera dal duplice male del giudizio altrui e dalla sensazione di non occuparsene mentre prepariamo ottimi panini. Ma cosa ci perdiamo aprendo sempre di più la forbice sulla comunicazione? L’adolescenza delle mie figlie è, ed è stata, un periodo estremamente complicato per la nostra famiglia, come immagino in quella di molte altre nelle sue varie declinazioni. Sono due ragazze estremamente diverse nei modi, nei ragionamenti, nello stile, nel quotidiano; ragazze figlie di due genitori figli unici che nulla hanno vissuto di relazioni di sorellanza e che già paiono essere esclusi in partenza da una gran fetta del loro vissuto e che si sono limitati ad immaginare alcune frustrazioni, competizioni, alleanze. Cominciando già in parte da perdenti ce l’abbiamo messa tutta, eppure solo l’Universo sa quante volte abbiamo fallito. Spesso, vedendole così diverse, ci siamo detti a seconda della nostra convenienza: “eppure i genitori siamo sempre noi”. Mi ha particolarmente colpito la battuta che si scambiano la mamma e il papà del protagonista della serie parlando dell’amorevole figlia maggiore, dopo essersi colpevolizzati sull’accaduto: “Come facciamo ad avere una figlia così?” chiede il padre “Esattamente come facciamo ad avere Jamie” risponde la madre. I nostri figli, i nostri alunni, sono un crogiolo di sentimenti, di personalità, di temperamenti che la loro crescita, le loro fragilità, l’adolescenza espone a variabili così ampie che è impossibile prevederne il corso. Eppure c’è qualcosa che stona in ciò che la serie lascia dentro di me e la risposta la cerco da mia figlia Ada che nel mondo di Internet ha sempre bazzicato, sviluppando una particolare attenzione ai temi sociali e conoscendo molti dei lati oscuri a noi adulti. Alla domanda se le è piaciuta la serie Adolescence risponde: “No, onestamente, sono discorsi seri affrontati con superficialità. Sono cose vere su cui si potrebbe dire qualcosa di serio; secondo me non hanno ben chiaro di cosa stanno parlando pure loro. Mi fa infuriare anche quello che leggo che sembrano cose scritte da chi non parla con nessuno sotto ai 37 anni”. E aggiunge: “Sai perché a voi adulti angoscia tanto? Perché siete impreparati e vi fate prendere dal lato genitoriale. Ma la questione non sta sui genitori in quanto tali; il punto è che il peso della soluzione è addosso ai genitori in quanto cittadini non in quanto genitori. Il problema non è che i genitori sono disattenti o che i ragazzi non parlano o i social, il punto è che gli adulti di oggi non hanno ricevuto una formazione affettiva e questo compito spetta per la maggior parte alla scuola, è lì che passi tanto tempo, è a scuola che lo fai con i tuoi amici e non sei l’unico scemo. Un’educazione affettiva ricevuta dai genitori in una casa su 20 è un conto, zero case ma 20 ragazzi che lo fanno a scuola è un altro discorso. Preoccuparsi cosa fare da genitori non è la cosa giusta, preoccuparsi su cosa fare da cittadini è la chiave.” Madre e maestra, le mie riflessioni nascono da lì. Mi chiedo quanto questi ruoli spesso non siano stati in un certo senso interscambiabili nella mia vita. Sarà per questo che nella mia premessa e nelle osservazioni che mi sono venute spontanee guardando il secondo episodio, rispetto a luoghi e persone che fanno parte del sistema educativo mostrato nella serie, ritrovo quel rash cutaneo di cui ho tanto sentito parlare. E forse capisco che questa serie è fatta per gli adulti, un po’ per indirizzarli alla conoscenza ma attraverso la disperazione che non coglie affatto gli educatori, che non li fa mettere in discussione, ma che travolge le famiglie, giudicate da altre famiglie e sole come sempre. Chiedo a mia figlia Ada se condivide questo mio sentire. Parla così veloce in questo audio che lo devo riascoltare e preferirei un tasto di modalità rallentata a quella accelerata. Ma chissà perché tendiamo sempre ad accelerare tutto. “Una delle critiche fondamentali che ho da fare alla serie è che dice cose che tutti già sappiamo, cioè noi sappiamo già tutti che gli adulti, i genitori non sanno tantissime cose del mondo dell’Internet; cose che invece i giovani, i figli sanno. Io lo so già, non mi serve che mi dicano questo. Io voglio sapere perché gli adulti non lo sanno, capire dove sta il problema, come si risolve, non voglio solo una serie dove tirano fuori un problema vecchio e stradetto. Lo sappiamo che l’accesso a Internet se completamente disregolato è pericoloso, lo sappiamo. È che a nessuno importa di andare così tanto oltre ed è più comodo dire le cose che noi giovani sappiamo già.” Mi sento vacillare come guida adulta. Le mie certezze scricchiolano, supponendo ne restino. Mi sento così piccola di fronte ad un mondo così complicato, vasto e incerto che sembra impossibile trovare soluzioni per tutto. Eppure, sarà deformazione professionale, ma resto convinta dell’importanza del cambiamento altrimenti potrei pure cambiare lavoro oggi stesso. Sembra quasi un concetto utopico e dietro l’utopia di certi ideali sappiamo bene quanta inutilità pratica e quotidiana alberga. Espongo questo concetto e la mia giovane tenace e utopica figlia ribatte: “ Non è utopico, perché le persone più istruite che io conosca fanno le scelte giuste, se insegnassimo le cose alle persone farebbero le cose giuste. Siamo innatamente portati alla conservazione della specie che è anche un istinto alla comunità e alla preservazione dell’altro, istintivamente potremmo volerci bene, poi accade qualcosa che porta a comportarci male. Ad esempio nel micro: il dispetto a scuola, lo sgambetto fino ad arrivare al bullismo e nel macro il capitalismo che non è innato.”   Sono confusa non so se indossare la maglietta della Casa del popolo o aprirmi una birra. Voglio però andare oltre, del resto questi figli, ce lo stanno urlando da Netflix che dobbiamo ascoltarli. E perdonatemi l’ironia. Lo dico e risponde: “ È proprio questa la cosa sbagliata: se è una serie per gli adulti non deve essere fatta dal punto di vista degli adulti perché sanno già che ci sarà qualcosa su cui disperarsi senza aver fatto nulla prima. E anche i giovani vedono il punto di vista degli adulti perché ne sono intrisi, sono gli adulti che portano avanti il mondo, fanno ogni cosa, ogni presenza che sia on line, per strada, al governo. Sono gli adulti che dicono le cose, i giovani le cose se le fanno da soli. Se vuoi fare una serie per adulti ci devi mettere le cose viste dall’ottica degli adolescenti che le spiegano a loro (come fa il figlio all’ispettore). Ci vorrà tempo e impegno per capirle, smettere di sentirsi giudicati e educare anche gli adulti che non sapere è ok,  ma è il mondo degli adulti che ci insegna che se una cosa non puoi averla subito allora non puoi averla mai. Non si salvano piante secche innaffiandole una volta con una serie tv, bisogna avere il coraggio di aspettare. ” Ho un’illuminazione che mi consola spesso nei miei inciampi lavorativi. Morin. Edgar Morin, un nonnino di 103 anni è per la milionesima volta la nostra salvezza. Ed è strano immaginare questo quando i ragazzi ci urlano a gran voce che dobbiamo ascoltare i giovani, eppure per noi educatori le risposte sono sotto al naso. Morin ha scritto, tra altri, un libro dal titolo La testa ben fatta. In una disamina non sempre semplicissima affronta temi che sono il nodo della questione che ci sottopone Adolescence e non solo. Per dare il giusto lustro a chi ci salverà il sedere per l’ennesima volta iniziamo col dire che è un filosofo e sociologo francese e in gran soldoni lui ci dice che l’insegnamento è trasmettere la cultura che permetta di comprendere la nostra condizione e aiutarci a vivere. Cercherò di riassumere il pensiero del suo libro in poche righe, sperando che l’approfondimento sia compito vostro e sperando di non banalizzarlo. Affronta il tema iniziando con il dirci quali sono le sfide in cui dovremmo imbatterci, le nostre cecità sulla conoscenza che sono: culturali, sociali, civiche e ci spiega come sia essenziale che siano interconnesse e non saperi separati. Ciò è utile per avere una conoscenza pertinente ossia saper legare le parti alla totalità cambiando l’attitudine della mente, sviluppando la capacità di porre e risolvere problemi, cercare relazioni fra le cose attraverso elasticità mentale, intuizione, ripensare il pensato. Non esistono saperi non interconnessi: la scienza, l’ecologia, la sociologia, le scienze umane, la cosmologia, la filosofia… Tutti questi saperi si orientano verso la condizione umana per saper vedere se stessi e gli altri e riflettere in un contesto unico ed efficace: un contesto planetario. Nella vita di tutti i giorni percepiamo gli altri per lo più in modo esteriore, Morin ritiene che solo attraverso questa identità terrestre si possa apprendere a vivere. La cultura umanistica, ad esempio, ci insegna la comprensione e la compassione perché è solo attraverso la visione dell’altro che si potrebbe combattere l’odio. La cultura scientifica ha il ruolo di far restare sul reale, sulla razionalità, sulla critica e autocritica, una sorta di forma mentis al metodo scientifico sperimentale: ipotesi, prove, soluzioni. Afferma infatti che la verità è un dialogo con l’incertezza dove storia e futuro ci insegnano a non ripetere errori ma allo stesso tempo a prepararci all’inatteso e a elaborare strategie. Capacità di sviluppare strategie all’inatteso significa cercare di riunire le informazioni, di verificarle e modificarle. La vita ci chiede strategia verso l’incertezza. Ciascuno possiede poi un suo bagaglio culturale, un’identità che crea attitudini e reazioni ai fatti ma che dovrebbero fare capo a responsabilità e solidarietà, una sorta di comunità di destino, un’identità umana comune che ha basi sulla comprensione e sull’apprendere a diventare cittadini. Morin infine si chiede: come è possibile cambiare in questo senso? Più o meno così: esaminando e suddividendo le difficoltà, condurre il pensiero verso un ordine ( dal più facile al più difficile) e saper suddividere le parti pur riconoscendo un tutto, bisogna saper riconoscere i contrari e rispettare ciò che ci appare diverso pur riconoscendo la diversità. Riprendo il telefono in mano e c’è un vocale di mia figlia, lo riporto integralmente: “ Tutto quello che si legge in giro si affretta a spiegare a genitori angosciati i simboli delle emoji. Non devi insegnare la cosa nuova ma devi insegnare come seguire le cose nuove che avvengono, non so come dire… se noi oggi per esempio sappiamo che fra i modi migliori per risparmiare energia e non inquinare ci sono che so…tre modi, posso spiegarli ai ragazzi in classe così che li sappiano, ma lo scopo principale sarà insegnare primo a non inquinare e secondo che magari fra due anni ci sarà altro, stare al passo coi tempi saper cogliere. Non bisogna insegnare a riconoscere il significato delle emoji, non è questo il punto; bisogna insegnare che principalmente a questi ragazzi vogliamo bene, che voler bene significa fare educazione affettiva e sessuale, bisogna dire che essere fragili va bene, non serve insegnare agli adulti che il cuore viola significa sono horny (eccitato). Non ha alcun senso questa cosa, il punto per i giovani è risolvere il problema non imparare il problema, che già lo conoscono. Il problema sono gli adulti che insegnano ai ragazzi che essere fragili fa schifo, che essere maschi significa essere duri e forti. La serie spiega le emoji come se fosse utile, quasi la risoluzione del caso; invece nessuno è disposto ad ascoltare i giovani, è il figlio che deve andare a cercare il padre perché il padre pensava già di essere sulla strada giusta; invece gli adulti non hanno capito niente e sono sicuri di aver capito. La cosa che va insegnata agli adulti è che non sanno, che va bene non sapere e che hanno il diritto di sapere e per farlo devono ascoltare chi sa. La solitudine sociale si crea nei posti come la scuola, perché la scuola fa cagare.” Come conclude Morin? La sfida delle sfide è una riforma del pensiero che avviene attraverso una riforma dell’insegnamento. È degli insegnanti il ruolo di mediazione per non perdere la capacità di vedere il reale (senza pillola rossa) È necessario occuparcene fino dalla scuola primaria. Vorrei quasi concludere così perché Morin non è in piano sequenza ma ha la capacità del finale col botto. A fronte del nuovo documento di riforma delle Indicazioni Nazionali proposto dal Ministero dell’Istruzione mi defilo con maestria ma vi invito a leggerlo, prendere parte al dibattito e fare gli adulti che i nostri ragazzi chiedono di essere e provare a capire se in quei contenuti c’è ciò che i nostri figli ci mostrano come strada per risolvere il problema. Valentina GUASTINI Ada Maria ANGELI Carlo Ridolfi