Ogni anno, l’8 marzo, celebriamo grandi figure femminili. Ma la memoria collettiva funziona in modo selettivo. Alcune donne diventano simboli. Altre restano ai bordi. Non perché abbiano fatto meno, no. Ma perché qualcuno ha deciso che la loro storia era da considerarsi secondaria. Pensiamo a Nellie Bly. Giornalista di fine Ottocento. Si fece internare in un manicomio per raccontare cosa accadeva davvero lì dentro. Espose abusi, violenze, condizioni disumane. Oggi si parla di giornalismo d’inchiesta come fosse una conquista moderna. Lei lo faceva quando alle donne era concesso a malapena scrivere di moda. Oppure Claudette Colvin. Aveva 15 anni quando si rifiutò di cedere il posto sull’autobus a un uomo bianco, mesi prima di Rosa Parks. Ma era giovane, incinta, proveniva da un contesto povero. Non era il volto “giusto” per una battaglia pubblica. Così la sua storia è rimasta in ombra per decenni. In Italia, il nome di Tina...