Pur comprendendo le ragioni alla base dell’Open day (la necessità di reclutare iscritti al fine di scongiurare il sottodimensionamento e i conseguenti tagli ministeriali), negli anni passati ho sempre evitato di aderire, forse per un rifiuto istintivo verso logiche aziendaliste alle quali sono purtroppo costrette le scuole italiane, sempre in cerca di nuovi ”clienti”.

Se quest’anno ho detto sì è stato per una motivazione ben diversa, ovvero il mio amore per il teatro.
Ho infatti proposto che la classe terza realizzasse un lavoro teatrale incentrato su scenette ispirate per lo più a fatti e situazioni accaduti nel corso degli anni passati assieme, e la risposta è stata come sempre sorprendente: entusiasmo, gioia, voglia di partecipare, la stessa che ho visto ogni volta che ho pronunciato la frase magica: ”facciamo la scenette” e da ogni parte si levavano voci per essere chi ghigliottinato in una piazza di Parigi, chi gettato da una finestra di Praga, chi Orlando impazzito alla vista delle scritte funeste di Angelica e Medoro.

Che fosse una situazione storica o un brano di letteratura, sempre ho assistito alla voglia di mettersi in scena (o in gioco: in inglese ”recitare” si dice infatti ”giocare”, ”to play”), e non vale forse la pena interrogarsi troppo sul perché: quando le cose belle accadono – e a scuola ne possono accadere tante – è bene accoglierle come un dono che null’altro richiede.

Eppure una spiegazione me la sono data, o forse più d’una: che dietro i volti assonnati e gli sguardi annoiati forse si nasconde una gran voglia di vivere le emozioni (che sia da boia o da impiccato o da innamorato poco importa), come se in fondo si intuisse che proprio in quello sta il senso della vita, e nel vedere gli alunni entusiasti di buttarsi (più o meno) da una finestra o di essere inseguiti dai cani feroci che perseguono gli scialacquatori di Dante ho visto anche un risarcimento per tutte quelle accuse di nozionismo e aridità spesso rivolte ai contenuti dello studio: le storie e i racconti che si studiano ci parlano eccome, sono in fondo le nostre storie, i nostri dolori e le nostre gioie, quelli che ogni giorno vanno in scena nelle nostre aule meravigliose, uniche e irripetibili.

Che il teatro sia uno strumento formidabile, in grado di stabilire ponti tra epoche e vite lontane non lo scopriamo certo ora; però toccarlo con mano ogni volta regala sempre un brivido, e già il fatto che Ariosto o la Guerra dei Trent’anni non sian percepiti come una condanna ma come pagine a noi comunicanti è per me ragione sufficiente per continuare a fare questo lavoro con entusiasmo e passione.


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