Un confronto franco con i miei colleghi insegnanti e gli autori delle grammatiche scolastiche
Francesco Rocchi
La grammatica, parrebbe, è tornata al centro del discorso pubblico sulla scuola, visto che a quanto pare ne siamo tutti scontenti, dagli insegnanti ai ministri e ai loro collaboratori.
Qui non mi interessa ribadire che il ministro mostra di avere della grammatica un’idea sostanzialmente strumentale, tale per cui essa ci interessa più che altro come parallelo del rispetto delle regole del vivere civile: l’idea è un po’ alata e un po’ impropria, ma non fa più di tanto danno.
Né voglio dilungarmi sulla fantasiosa idea della prof.ssa Loredana Perla, collaboratrice del ministro, secondo la quale sono state le 10 tesi di De Mauro a minare lo studio della grammatica. La risposta del Giscel su questo è chiara e puntuale.
Quel che mi interessa dire qui è che effettivamente, nella mia esperienza, la grammatica non la sanno, non la capiscono e a me, insegnante di lettere delle superiori, riesce difficilissimo insegnarla.
Io sposo in pieno la crociata di Valditara per la restaurazione di un valido studio della grammatica, però dobbiamo capirci: non è che la grammatica non si studia. È che si studia malissimo. Nel putiferio di questi giorni non mi sembra si sia avuta la pazienza di ribadirlo.
Quali sono dunque le mie difficoltà? Cerco di esporle nella maniera più semplice possibile, anche se un po’ a braccio.
Una prima difficoltà nasce dal fatto che il funzionamento della lingua sembra, a volte, del tutto invisibile agli studenti. Gli studenti, quando sono chiamati a riflettere sulla lingua che usano quotidianamente, vedono sempre i contenuti, e mai il contenitore. Ragionano sul significato ma il significante sfugge loro allo stesso modo in cui, in un famoso apologo, ai giovani pesci sfugge l’esistenza dell’acqua, tanto la danno per scontata.
Ovviamente alcune cose vengono capite più facilmente (ad esempio, gli studenti non confondono troppo spesso un nome e un avverbio), ma altre rimangono misteriose ed astruse: le peculiarità di modi e tempi verbali, ad es., o l’esistenza di diversi registri a seconda del contesto.
Certo, se la materia è dura, sta a me insegnante trovare il modo di insegnarla, altrimenti che ci sto a fare? Se però noi insegnanti potessimo parlarne e fare formazione insieme, coordinarci e proporre un percorso chiaro attraverso i vari cicli scolastici, piuttosto che sperare di trovare una soluzione ognuno da sé, non sarebbe affatto male.
Più importante è il fatto che gli studenti, perlomeno quando arrivano da me in prima superiore, non sono privi di cognizioni grammaticali, bensì pieni di idee radicalmente sbagliate, e per di più profondamente inculcate nella loro testa.
Ne descrivo qui giusto qualcuna, per praticità:
1) il verbo descrive l’azione, e il soggetto è colui che la compie.
2) Il complemento oggetto è quello che risponde alla domanda “Chi? Che cosa?”.
3) Il complemento di specificazione “specifica o precisa il significato della parola da cui dipende“.
Con la prima definizione si ottiene che gli studenti vadano in difficoltà con tutti quei verbi che non esprimono un’azione non dinamica, o non esprimono proprio un’azione. In una frase come “Carlo subisce un’offesa da Paolo”, Carlo non fa proprio niente, mentre, a rigore, è Paolo a “fare” qualcosa.
I ragazzi applicano la regoletta che gli è stata insegnata come aurea e immancabilmente sbagliano.
Per la seconda: se si chiede di fare l’analisi logica di “A Marco piace la pizza”, “Marco” spesso diventa il soggetto (intuitivamente, a senso, è quello che compie l’azione di apprezzare la pizza) e immancabilmente “la pizza” diventa complemento oggetto: “A Marco piace -Chi, che cosa? La pizza, ergo la pizza è complemento oggetto”.
Infine: poiché il complemento di specificazione, garante il suo stesso nome, precisa il significato della parola da cui dipende, in una frase come “Giuseppe pianta chiodi con un martello”, “con un martello” specifica con cosa Giuseppe pianta i chiodi e quindi è il complemento di specificazione. Easy, no?
Sottolineo che io ci metto tutte le mie energie a correggere questi errori, ma quelli ritornano come piante infestanti: quelle regole sono state insegnate loro perché semplici e lineari, facili da insegnare e facili da ricordare, e per questa stessa ragione anche impossibili da rimuovere.
Tutto ciò è tanto più paradossale se si pensa che quello che dico non è nulla di nuovo (e le 10 tesi sono lì a testimoniarlo). In realtà, anche la soluzione a questi problemi sarebbe già ampiamente a portata di mano: la grammatica valenziale di Francesco Sabatini fornisce già un modello semplice, rigoroso, esauriente e scientificamente corretto della grammatica italiana.
Gli insegnanti -da quel che mi par di dedurre dai miei studenti- non sembrano conoscerla; gli autori delle grammatiche italiane a volte tentano di farla entrare nei loro libri ma il risultato è poco felice, dato che la grammatica valenziale è alternativa a quella tradizionale. Nello scorrere quei testi si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad una mesta maionese impazzita.
Nel dibattito attuale c’è un’anima ideologica e polemica che sembra far dimenticare che il nostro problema è eminentemente pratico: da un lato ci si concentra su un immaginario progressismo lassista e rinunciatario che avrebbe allontanato i bravi studenti italiani dalla retta via grammaticale, dall’altro si imputa alla grammatica tradizionale non di essere erronea, ma di essere classista e selettiva, come se la debolezza intrinseca di quell’approccio fosse una scelta consapevole e non un vizio strutturale che la rende uno strumento spuntato, inutile anche come marcatore sociale.
Oggi abbiamo bisogno di rispondere alla domanda che ogni insegnante di lettere si pone: “Quando entro in classe cosa faccio? Cosa faccio fare agli studenti? Come devo rispondere alle loro domande in modo che capiscano quel che voglio insegnare loro della grammatica?”.
Ricominciamo da qui, per favore.
Foto di Gaelle Marcel su Unsplash
Francesco Rocchi